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11 Maggio 2003
INFORMAZIONE PER LA LIBERTÀ

L'INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELL'AST CARLO BARTOLI:
Un benvenuto e un grazie a tutti voi che avete ritenuto importante manifestare la vostra solidarietà ai giornalisti toscani e italiani dimostrando così di condividere le nostre preoccupazioni per le pressioni e i condizionamenti che si sono scatenati sui giornalisti, raggiungendo sempre più spesso un livello intollerabile.
Grazie per aver accolto l'invito a voler essere testimoni della nostra battaglia in difesa dell'autonomia e dell'indipendenza dei giornalisti. Testimoni di quel legame essenziale che lega la libertà e la trasparenza dell'informazione alla creazione di una opinione pubblica autonoma e indipendente e, in ultima analisi, alla democrazia. Consentitemi poi di rivolgere un ringraziamento ai segretari toscani delle tre confederazioni sindacali, ai quali chiediamo di continuare ad essere al nostro fianco, alleati nella nostra battaglia. E un grazie non può non andare a Sergio Staino che ha messo a disposizione la sua matita per illustrare questa iniziativa.
Lo sciopero.
Ieri, sottoposti a pressioni e condizionamenti di ogni tipo, migliaia di giornalisti italiani hanno scioperato per difendere l'autonomia della propria professione. Abbiamo deciso di pagare di tasca nostra non per rivendicare una più elevata retribuzione o migliori condizioni di lavoro: abbiamo scioperato per difendere un diritto costituzionale che deve stare a cuore a tutti i cittadini, prima ancora che ai giornalisti. Uno sciopero per difendere un principio cardine della democrazia, non uno sciopero politico o peggio ancora partitico, come qualcuno ha detto, utilizzando i concetti e perfino la terminologia stessa usata dalla Federazione degli editori e da qualche partito politico che attacca il nostro sindacato ogni volta che i giornalisti scioperano.
Figurarsi se accettiamo lezioni dagli editori, da quegli editori che hanno da tempo dimenticato di svolgere il proprio ruolo di custodi della libertà di informazione, che si disinteressano della qualità del prodotto che va in edicola e che pensano solo a drogare le vendite regalando saponette. Altri tempi, vorremmo ricordarlo a Luca Cordero di Montezemolo, quelli nei quali certi editori erano la prima garanzia nei confronti delle invadenti e sfacciate pressioni politiche e affaristiche, di quel clima di “barbarie” – così lo ha definito Ferruccio de Bortoli - che ha costretto alle dimissioni il direttore del Corriere della Sera.
Come giornalisti e come cittadini non ci interessa difendere un'informazione di parte o di una certa parte, la nostra preoccupazione è quella di difendere sempre e comunque il pluralismo dell'informazione, un pluralismo reale e non formale. Una pluralità reale di voci che non riduca il dissenso in una riserva indiana e che non tenti di cancellare, come nel caso delle ispezioni inviate al Tg3, il nostro diritto-dovere a svolgere il compito di cronisti e non di addomesticatori di notizie.
Molti quotidiani sono in edicola oggi, e non è una novità, ma giova ricordare che sono molti i quotidiani che vengono pubblicati con un notiziario miserevole e grazie a un pugno di crumiri - in prevalenza direttori, condirettori, vicedirettori - e allo sfacciato ricatto nei confronti di colleghi precari. Che questa affermazione non sia gratuita né avventata lo attestano una serie di sentenze di condanna per comportamento antisindacale con cui anche in Toscana la magistratura del lavoro ha sanzionato alcuni editori. Se ci si ingegna per far uscire, costi quel che costi, dei quotidiani privi degli standard minimi di qualità e quantità informativa, senza nessun rispetto per i lettori, qualcosa vorrà pur dire. Talvolta non basta il 90% delle adesioni allo sciopero per bloccare l'uscita di un giornale. A questo proposito credo anzi che dobbiamo ribadire pubblicamente tutta la nostra solidarietà a quei colleghi che pur scioperando in massa hanno dovuto assistere alla pubblicazione, monca e raffazzonata, delle testate per la quale ogni giorno lavorano con grande passione.
Perché parlare di libertà.
Ha senso discutere oggi di libertà di informazione? Sicuramente per voi e per noi sì e anche per i giornalisti europei, che guardano con doppia preoccupazione a quello che Oltralpe viene ormai definito il “caso Italia". Una preoccupazione per il reale livello di pluralismo dell'informazione nel nostro Paese e una preoccupazione per il pericolo di un'estensione del nostro modello di sistema dell'informazione ad altri Paesi a democrazia sviluppata, confermando ancora una volta che in politica noi italiani riusciamo ad esportare solo il peggio di noi stessi.
Ha senso parlare di libertà, credo, se un emendamento approvato in una commissione parlamentare sancisce la pena del carcere per punire la diffamazione a mezzo stampa che, evidentemente, è fatto ben più grave del falso in bilancio. Quell'emendamento è stato poi sconfessato pubblicamente, ma – guarda caso - non è stato ancora cancellato e il testo prevede ancora le manette per i giornalisti.
Ha senso parlare di libertà se non ci meraviglia più il fatto che un inviato di un telegiornale del servizio pubblico si distragga proprio mentre un ministro della Repubblica pronuncia una frase che scatenerà una bufera politica che si concluderà con le dimissioni dello stesso. Lo ha se al vertice della Rai, che - lo ricordo - rappresenta il servizio pubblico, vengono nominati dei consiglieri di amministrazione e un presidente che, oltre ad essersi resi ridicoli oltre ogni limite perfino nel momento delle dimissioni, hanno ridotto l'azienda ai minimi storici di ascolto, qualità e credibilità. Non voglio parlare a lungo di Rai, lo farà in maniera competente ed esaustiva Roberto Natale, mi limito solo a sollecitare un aggiornamento del lessico politico corrente. Si continua a parlare di “conflitto” di interessi, mentre invece, bisognerebbe più propriamente parlare di perfetta “convergenza” di interessi del presidente del Consiglio nel settore dell'informazione. Basta guardare cos'è successo in questi due anni: nessun conflitto per il premier. Le sue televisioni hanno fatto soldi a palate e i loro ascolti sono volati alle stelle. Contemporaneamente, quella che dal punto di vista imprenditoriale rappresenta la concorrenza è andata a rotoli. Basta guardare i bilanci per avere un'idea, mentre il mercato pubblicitario annaspa, i ricavi netti Mediaset esplodono, aumentando del 22,6% nel primo trimestre di quest'anno.
Ci preoccupa inoltre il futuro del pluralismo in Italia e guardiamo con allarme a quanto sta per accadere in Parlamento. Schematizzando, il ddl Gasparri sul riordino del sistema dell'informazione contiene tre straordinari pericoli: anzitutto conferma l'attuale duopolio televisivo, in secondo luogo proietta questo squilibrio nel futuro della televisione digitale; infine, abbattendo ogni parvenza di limite antitrust, permetterebbe alla società del presidente del consiglio, che lo ricordo ha un utile trimestrale prima delle imposte di 191 milioni di euro, di fagocitare o condizionare pesantemente gran parte della carta stampata.
Se oggi si accontentano di costringere alla resa dopo mesi di assedio e di pressioni un direttore come Ferruccio de Bortoli, domani si potrà più semplicemente acquistare il “Corriere della Sera”. In questo vediamo un sinistro parallelo con quanto sta facendo l'amministrazione Bush nel campo dei media negli Stati Uniti. L'impianto del ddl Gasparri, una legge studiata su misura per le esigenze di Mediaset, viene giustificato con la necessità di permettere alle imprese italiane del settore di acquisire una massa critica tale da poter competere alla pari con i concorrenti stranieri. Ma perché far crescere ulteriormente questo gigante in casa nostra mettendo a rischio il pluralismo? L'Europa e il mondo non sono mercati sufficientemente vasti per il gruppo Mediaset?
Informazione come megafono
Informazione e libertà sono argomenti di cui poco si parla in Italia, anche se l'autorità morale e le parole di Papa Giovanni Paolo II e del presidente Ciampi ci rincuorano. Non solo dalle pressioni e dalle intimidazioni del mondo politico dobbiamo difenderci, ma anche dall'invadenza di magistrati, dalla prepotenza di amministratori pubblici e di potentati vari. L'opera di chi fa informazione è
tollerata con insofferenza dal potere, chi comanda vuole giornalisti ossequienti e servizievoli, non professionisti con la schiena dritta. Ad essere messa in discussione è la stessa funzione di critica e di sollecitazione del giornalismo. Sono tempi tristi quelli nei quali non è percepito come essenziale e indispensabile per la democrazia il ruolo di controllo che l'opinione pubblica svolge attraverso i mezzi di comunicazione. Copia la velina e non pensare: così ci vorrebbero, altro che Quinto potere.
Per questo serve una grande mobilitazione, non solo dei giornalisti, ma dell'opinione pubblica, per questo oltre a Cgil, Cisl e Uil abbiamo chiesto un contributo al Laboratorio per la democrazia, una delle esperienze più significative sorte a Firenze anche sul tema della libertà di informazione.
La tradizione democratica, la passione civile, la cultura e l'attenzione con cui questa città e questa regione hanno da sempre guardato a questi temi ci consentono di sperare che proprio da Firenze e dalla Toscana nasca un movimento di opinione capace di riaffermare il ruolo centrale del giornalismo per la democrazia.
Garanzie, diritti e tutele
Questa battaglia per la difesa dell'autonomia e dell' indipendenza della nostra professione si lega a un'altra battaglia, particolarmente aspra in Toscana: quella per il riconoscimento di diritti, tutele e garanzie. Quando autorevoli studiosi o esponenti di governo sostengono la necessità di incrementare la flessibilità del mercato del lavoro viene spontaneo dire: ma venite qua a vedere cos'è questa benedetta flessibilità e diteci quale sarebbe la vostra reazione se a vostro figlio venisse applicato il trattamento che viene riservato ogni giorno alle centinaia di cococo che per una manciata di spiccioli svolgono a tutti gli effetti un lavoro subordinato e a tempo pieno, alle partite Iva fittizie, alle finte collaborazioni occasionali, ai truffaldini diritti d'autore utilizzati per non pagare neppure il 2% alla gestione previdenziale separata.
Il settore del giornalismo anche in Toscana rappresenta uno degli epicentri del misconoscimento della corretta contrattualizzazione, dell'elusione delle norme e delle leggi in materia di lavoro. Altro che eccesso di rigidità: nel mercato del lavoro giornalistico vale una sola regola, quella della giungla, la legge del più forte. Una giungla nella quale ai colleghi più giovani viene riservata solo una strada: quella di obbedire a testa bassa, di pensarla come il proprio direttore o editore, di non avere idee proprie oltre che diritti. Giovani giornalisti ricattabili e ricattati, privati anche del diritto di fare sciopero, e compensati con delle retribuzioni così misere da togliere dignità non solo all'opera prodotta ma anche al lavoratore stesso.
Qualche buontempone ha detto che ieri abbiamo scioperato per quei privilegiati della Rai e per un superprofessionista come Ferruccio de Bortoli. Noi diciamo che abbiamo scioperato per difendere la nostra professione, per riaffermare un diritto costituzionale, per contribuire ad ampliare gli spazi di pluralismo e anche per difendere quei giovani colleghi senza diritti, senza stipendio e senza dignità di lavoro. Carlo Bartoli
Disegni originali gentilmente concessi da Sergio Staino
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