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Il giornalismo italiano da Giovanni Amendola alla Liberazione

Il «Gotha» della Fnsi e grandi giornalisti al Tettuccio
«Amendola è un simbolo della nostra democrazia»

MONTECATINI—A Giovanni Amendola è intitolato uno dei viali più importanti e nella sala del consiglio comunale un candido marmo condanna l’aggressione ai sui danni da parte delle squadracce fasciste alla Colonna il 25 luglio 1925. Da quelle ferite il parlamentare liberale non si riprese: morì il 7 aprile 1926 a Cannes.

Montecatini non ha mai perso occasione per stigmatizzare il bestiale pestaggio. «La nostra città - dice il sindaco Ettore Severi nel convegno della Federazione nazionale della stampa per commemorare lo statista a 80 anni dall’agguato - è onorata di ricordare il grande italiano Giovanni Amendola, difensore dei principi - base della democrazia. Montecatini è associata a un episodio così barbaro, che a maggior ragione dobbiamo prenderne le distanze». L’intervento di Severi trova l’immediato plauso del figlio di Giovanni Amendola, presente alle Terme Regina fra i tanti ospiti, attorniati dagli studenti del liceo classico Forteguerri di Pistoia e del liceo scientifico Salutati di Montecatini. «Arrivare ad una memoria condivisa— dice Pietro Amendola — è fatica di Sisifo. Noi rimaniamo la parte che ha riscattato l’Italia dalla tragedia del fascismo. Il sindaco di Montecatini è uomo di destra, che però condivide l’esigenza, per la quale mio padre perse la vita, che le libertà democratiche siano realizzate e rispettate».

Pietro Amendola ha raccontato il processo per omicidio premeditato in cui furono condannati nel dopoguerra gli autori dell’aggressione (il mandante Carlo Sforza si era rifugiato in Sudamerica).

«L’amnistia Togliatti li riportò in libertà — aggiunge — ma almeno quattro anni di galera li fecero. Oggi non avrebbero scontato neppure quelli».

Giancarla Codrignani racconta che «tutti gli abiti che Amendola portava il giorno dell’aggressione sono stati recuperati e restaurati a Roma. I polsini della camicia erano lisi, i calzini rammendati. In anni di fighetti aziendali e veline televisive, il profilo morale di Amendola resta esemplare». Sempre ieri il presidente Franco Siddi e gli altri esponenti della Fnsi hanno portato una corona d’alloro al Cippo Amendola.

«Amendola—dice Siddi—rappresenta la fede, la forza e il convincimento che di fronte ai problemi ci si può riscattare». Ottimi gli interventi di don Lorenzo Bedeschi (il giornalismo radiofonico clandestino nella guerra di liberazione), di Quinto Bonazzola (la stampa antifascista a Milano).

«Il liberale Amendola—dice Raffaele De Grada —era un simbolo anche per un comunista come me. L’antitesi fra liberalismo democratico e comunismo ci è stata imposta, ma è un’assurdità ». Sergio Lepri, «storico» direttore dell’Ansa, si rivolge ai giovani: «Noi vecchi qualcosa di buono ve l’abbiamo lasciato. Difendetelo! ».

Massimo Rendina contesta la «zona grigia» di Renzo De Felice e la «guerriglia anarchica» di Giorgio Bocca. «La guerra di liberazione — sostiene — fu vera guerra di popolo». Contributi filmati sono giunti da Miriam Mafai, Enzo Biagi e Giorgio Bocca. «In Italia la democrazia — dice quest’ultimo —è tornata indietro di 60 anni.

Non avrei mai pensato di vedere tanti giornalisti così deboli e vili nell’accettare l’attuale situazione. E’ tristissimo». Gli risponde Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi: «Oggi nel giornalismo italiano ci sono cose che non vanno. Ci sono i vili, i paurosi, ma anche le persone per bene, che fanno tutti i giorni il loro mestiere e che vivono in redazioni dove è sempre più difficile sottostare a certi diktat. Cercano di fare informazione corretta, rischiando il posto di lavoro. Anche per questo la nostra battaglia continua».

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