Associazione Stampa Toscana
RAI
UNA PER TUTTI
GIOVEDI' 10 FEBBRAIO 2005 ORE 21
"Per un'informazione corretta, oggettiva, completa, diversificata e di alta qualità sui temi sociali, politici, culturali e istituzionali. Per un servizio pubblico del tutto indipendente e non soggetto a ingerenze"
Gli interventi :
Roberto Natale Segretario generale dell’Usigrai
In questo incontro che si è svolto a Firenze, nel Centro tecnico di Coverciano, dove si allena la Nazionale, è giusto usare una metafora calcistica per affrontare il difficile tema della privatizzazione della Rai. Quello che voglio affermare è che insieme alle molte cose che non vanno dobbiamo tenere presente anche quegli elementi che ci consentono di giudicare la partita ancora aperta. Siamo tutti tifosi della Rai e con noi c’è un grande alleato, prestigioso e non certo ininfluente nel panorama istituzionale italiano, il Presidente della Repubblica. Ciampi due mesi fa ha parlato della necessità di “conservare, rafforzare, migliorare sempre di più l’attività del servizio pubblico”.
In questo giro d’Italia, che toccherà varie città italiane per la difesa della Rai e che si è aperto a Firenze, grazie alla meritoria iniziativa dell’Associazione stampa toscana, del suo presidente Carlo Bartoli e di Nazzareno Bisogni, possiamo sentirci uniti nello slogan, “Non siamo soli in questa battaglia”.
Sappiamo benissimo che il servizio pubblico radiotelevisivo non si può salvare solo dall’interno della Rai, ma è necessaria la mobilitazione di tutti i cittadini della Repubblica italiana. È stato quindi di grande importanza l’aver avviato, anche con questa iniziativa, una riflessione nel Paese sul significato e l’importanza di un servizio pubblico libero e indipendente.
Dobbiamo opporci con forza all’idea che della privatizzazione Rai possano parlare soltanto gli analisti finanziari. E’ vitale che questa vicenda esca dalle pagine dei quotidiani economici per dare voce a quei milioni di azionisti di fatto che sono i contribuenti che pagano il canone. Sta passando l’idea che il diritto di esprimere la propria opinione sul servizio pubblico dipenderà esclusivamente dallo status di azionista, non considerando che già 16 milioni di famiglie italiane posseggono il servizio pubblico perché pagano il canone. Dobbiamo ribadire con forza che si è azionisti della Rai in quanto cittadini italiani, non c’è bisogno di andare in borsa per avere il diritto di esprimere le nostre opinioni sulla riforma del servizio pubblico. Come la riforma della sanità non riguarda solo i medici o quella della scuola solo gli insegnanti, così la riforma della Rai ha un impatto sulla società italiana nel suo complesso.
Possiamo capire meglio la situazione del servizio pubblico della comunicazione se la inquadriamo nella vicenda che in questi anni ha interessato gli altri servizi pubblici, in un attacco generale che ha interessato anche la scuola e la sanità. Ha soffiato in questi anni un vento di privatizzazione che ha attraversato tutta la concezione dei servizi ai cittadini e ora interessa anche la Rai. A noi tifosi del servizio pubblico pare che privatizzare non sia una cura appropriata. Si sostiene che il male che affligge la Rai sia l’omologazione, l’appiattimento del livello culturale del servizio pubblico sui modelli della televisione commerciale. Se è questo il problema la soluzione non può certo essere quella di privatizzare la Rai rendendola strutturalmente simile alle televisioni private. Quando si sostiene di voler affrontare il problema dell’omologazione del servizio pubblico dando due reti ai privati non si fa altro che accentuare quella filosofia commerciale che è alla base dell’appiattimento dei contenuti. Questa è una cura peggiore del male. Non può essere questa la soluzione, credo che invece si debba promuovere un’idea di servizio pubblico che incrementi i suoi margini di diversità attraverso la difesa di quello che realmente lo distingue dalla televisione commerciale, ossia la sua vocazione insita nella sua attuale identità.
Con questo non voglio fare l’apologia dell’attuale servizio pubblico. I difetti ci sono e anche gravi, fra questi ha assunto particolare rilevanza il pesante condizionamento politico sull’informazione. Ma sarebbe sbagliato affermare che i problemi della Rai sono legati solo al conflitto d’interessi dell’epoca berlusconiana. Il processo di omologazione è cominciato ben prima dell’avvento al Governo del centro – destra, con programmi clonati in base ad analoghe trasmissioni delle reti Mediaset. Risale alla seconda metà degli anni 90 l’idea che la Rai dovesse essere un’azienda “normale”, non nel senso positivo dei bilanci in ordine, ma secondo la concezione estremamente negativa della competizione esclusivamente in base ai dati d’ascolto, senza attenzione alla qualità dei programmi. Buona parte della decadenza è il frutto dell’affermarsi di una concezione che non ha colore politico, dell’idea che la categoria di servizio pubblico fosse un reperto del 900, ormai superato dall’evoluzione contemporanea delle nuove strategie del mercato. Gli effetti di questa concezione sono stati devastanti. Ma la Rai non è un malato incurabile, è giusto e possibile riformarla nel rispetto del diritto di tutti i cittadini ad avere un servizio pubblico di buon livello.
Per questo non possiamo accettare l’idea sempre più presente che i programmi di qualità debbano essere riservati soltanto agli spettatori che potranno acquistarli, mentre il livello della televisione generalista gratuita sarà condannato a scendere. Non si può accettare che i servizi pubblici perdano in qualità rispetto ad alternative private di buon livello ma riservate solo a chi ha i mezzi per poterle pagare. Questo è un concetto valido non solo per la Rai ma anche per la scuola o per la sanità e in ogni ambito dei servizi ai cittadini. La nostra è una battaglia che trascende gli interessi di categoria, le idee politiche o le teorie economiche, è una battaglia di civiltà per affermare il valore del sevizio pubblico in quanto garanzia dei diritti del cittadino. Ed è in questo senso che il sindacato dei giornalisti sta cercando di sostenere in Italia una proposta che viene dalla Francia, dal Governo Chirac. L’introduzione nella Costituzione delle regole di autonomia del sevizio pubblico per scrivere nella nostra Carta fondamentale le garanzie che impediscano che la Rai possa essere preda di indebiti condizionamenti politici a seconda delle imprevedibili oscillazioni del nostro sistema politico bipolare.
Non abbiamo molto tempo, recentemente il ministro dell’economia Siniscalco ha detto che la privatizzazione avrà inizio verso la seconda metà del 2005. Sono queste le settimane e i mesi da usare per fare tutto ciò che è possibile per fermare questo progetto. Non solo per opporci ma anche per non lasciare la Rai nelle sue attuali condizioni. Dobbiamo approfittare di questa volontà di riforma non per demolire, ma per migliorare il servizio pubblico. Non abbiamo alcuna intenzione di difendere l’esistente, né tantomeno la voglia di ritornare al passato. C’è invece da sfruttare questa occasione per lavorare a una riforma profonda, in base alla consapevolezza che ormai non si possono più ignorare i problemi di identità del servizio pubblico. Abbiamo l’opportunità di affrontarli.
Credo che siamo di fronte a una fase importante e delicata che segnerà una tappa importante nella storia della comunicazione nel nostro Paese. Per questo non deve sembrare enfatico il paragone fra le questioni della Rai e i problemi della nostra Repubblica che per tanti aspetti è criticabile, ma che non esitiamo a difendere da progetti di riforma così radicali che ci sembrano mossi da intenti distruttivi.
Allora, come cittadini, con tutta la capacità critica che abbiamo nei confronti del servizio pubblico credo che si debba poter unire a un giudizio negativo anche la volontà positiva di un rilancio della Rai. Credo che questa iniziativa dell’Associazione stampa toscana sia un passo avanti in questo senso.
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