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Diffamazione: no carcere per i giornalisti, ma multe più salate, Lo dice la Commissione giustizia del Senato

Articolo di del 19 giugno 2020 – 12:20 | 18 views

Poco più di una settimana fa, la Corte Costituzionale aveva rinviato di un anno la propria decisione sulle norme che prevedono la pena detentiva per i giornalisti in caso di diffamazione a mezzo stampa. E’ il Parlamento, questo il chiaro “messaggio” della Consulta, deve decidere entro i prossimi dodici mesi e risolvere una questione che rischia di collidere fortemente anche con gli orientamenti della Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo. Contro il  carcere per i giornalisti, così come contro le querele temerarie, si è sempre schierata l’Associazione Stampa Toscana. Intanto una norma approvata in sede referente dalla Commissione Giustizia del Senato prevede multe “salate” al posto della pena detentiva per i giornalisti giudicati colpevoli di diffamazione. Si passa dagli attuali 258 euro a somme da versare alla Cassa delle Ammende, se il provvedimento sarà definitivamente approvato, che vanno dai 5.000 ai 50.000 euro, in base ai vari casi previsti dalla norma. Quanto approvato dalla Commissione è stato ben sintetizzato in un articolo del collega Pierluigi Roesler Franz per il per periodico online “Giornalisti Italia”  (giornalistitalia.it) che vi proponiamo di seguito.

Nell’ambito della riforma della diffamazione la Commissione Giustizia del Senato, esaminando il disegno di legge Caliendo n. 812, ha approvato oggi in sede referente le nuove sanzioni pecuniarie da versare alla Cassa delle Ammende al posto del carcere. Questa é la norma di maggior rilievo che é stata approvata su proposta dei senatori Franco Mirabelli, Monica Cirinnà, Valeria Valente e Anna Rossomando (Pd): «Nel caso di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, di testate giornalistiche online registrate ai sensi dell’articolo 5 o della radiotelevisione, si applica la pena della multa da 5.000 euro a 10.000 euro. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità, si applica la pena della multa da10.000 euro a 50.000 euro».
È stato, così, modificato l’originario art. 13 della legge sulla stampa n. 47 dell’8 febbraio 1948 che per l’attribuzione di un fatto determinato prevedeva, invece, congiuntamente la pena della reclusione da uno a sei anni e la multa non inferiore ad euro 258. Il senatore Arnaldo Lomuti (M5S), relatore del provvedimento, aveva invece proposto delle sanzioni pecuniarie molto più pesanti da versare alla Cassa delle Ammende, prevedendo che: «Nel caso di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, di testate giornalistiche online registrate ai sensi dell’articolo 5 o della radiotelevisione, si applica la pena della multa da 10.000 euro a 50.000 euro», mentre da 15 mila a 75 mila euro se, invece, l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato».
La Commissione Giustizia ha, poi, soppresso per ora il terzo comma dell’art. 13 della legge sulla stampa, proposto dallo stesso senatore Lomuti, che prevedeva un aumento di pena se l’offesa era arrecata ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una sua rappresentanza o ad un’autorità costituita. Una simile fattispecie sarebbe stata, però, incostituzionale perché avrebbe determinato un’ingiustificata disparità di trattamento, creando cittadini di serie A e cittadini di serie B. Insomma, era come se il legislatore avesse detto: «giornalisti scrivete di tutto, ma se scrivete di corpi politici l’eventuale pena sarà più alta». Per fortuna questo rischio é stato, almeno per il momento, scongiurato.

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