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Libri, “Lo shock di Firenze” dopo la pandemia. La città raccontata da cinque autori

Articolo di del 11 giugno 2021 – 11:39 | 55 views

Orfana di milioni di turisti, Firenze è come se una bomba al neutrone l’avesse colpita lasciando intatte strade, monumenti e piazze. Una volta definita la Disneyland del Rinascimento, ora la città, a causa della pandemia, rischia di trasformarsi in una Pompei della Grande Bellezza. I rischi della “one company town”, cioè di una città che dipende – o meglio, che è convinta di dipendere – solo dal turismo di massa erano stati già ben descritti nel saggio di Franco Camarlinghi del 1986 per Einaudi. Uno scritto a suo modo profetico che ora viene ripubblicato con una serie di contributi che si pongono il compito di attualizzare le parole di allora nel libro “Lo schock di Firenze".

La vera pandemia di una città e 4 “vaccini” + 1 per affrontarla”, edito da Nuova Editoriale Florence Press. Dal saggio di Camarlinghi sono passato 35 anni ed il progressivo cedimento dei ceti politici e delle classi dirigenti ad una visione della città fondata sostanzialmente sullo sfruttamento della sua grandezza storico-artistica a vantaggio di commerci per lo più di bassa lega e di un incipiente turismo di massa allora solo percepito oggi è una realtà. O meglio, lo era fino all’inizio della pandemia, mentre oggi è un modello che mostra una fragilità che era insospettabile, la fine di una lunga stagione in cui la rendita di posizione pareva una certezza immutabile, il palcoscenico di un teatro ormai diroccato in cui una politica senza ricambio, le imprese che stanno al gioco o costrette a starvi, le storiche famiglie spesso grandi solo di nome, gli investitori stranieri che non amano il rischio sembravano i soli attori e registi. La pandemia ha interrotto la rappresentazione e ogni tentativo di replica sarebbe solo una farsa.

Nel libro quattro autori tracciano i possibili sequel del saggio di Camarlinghi, suggerendo le possibili alternative alla sorte di Firenze. Marcello Mancini, cronista politico e ex direttore del quotidiano La Nazione, ricostruisce il trentennio politico istituzionale della nostra città e il modo in cui la dimensione del turismo ne è divenuta prevalente; Stefano Fabbri, già alla guida dell’agenzia ANSA in Toscana intervista personaggi chiave degli anni e delle vicende di cui parliamo; Massimo Tommaso Mazza, già imprenditore del commercio più “avanzato” con l’invenzione del Dolce Vita e poi impegnato con la Biennale della Moda testimonia la sua esperienza e visione della città; Leonardo Tozzi, editore e direttore del mensile cult Firenze Spettacolo, traccia le sue “memorie del sottosuolo”, un’attenta spigolatura sul trentennio fiorentino visto per così dire dal “basso”.  

Il messaggio è chiaro: non dobbiamo pensare a un modello al quale tornare, ma a un modello nuovo da cui ripartire.  Un’analisi radicale da cui deriva una condanna del sistema politico ed economico che ha governato la città negli ultimi 35 anni, un sistema nel tempo sempre più chiuso e autoreferenziale composto dagli stessi gruppi e ambienti.

Firenze, già esposta alla devastazione del turismo di massa, deve e può recuperare la consapevolezza di poter essere una città-guida. Ma non una guida… turistica, bensì una guida culturale, un modello di sostenibilità urbana innovativo consapevole di fondarsi su un retaggio storico artistico di rilievo internazionale.

Un centro storico a cui serve una inversione a U per riportarvi funzioni e lavoro, smettendo di pensare al recupero di vecchi immobili dismessi solo in chiave di ricettività alberghiera riempiendoli invece di attività. E contemporaneamente guardare alla dimensione metropolitana di Firenze integrando la città storica con le sue periferie e i comuni adiacenti ridisegnando la mappa della nostra economia, riscoprendo valori industriali e manifatturieri annidati ai confini della città, ma spesso e volentieri ignorati dalla politica e da progetti pubblici. Infine l’auspicio che emerga una nuova generazione persone di alto profilo che abbia il coraggio e anche la forza politica di affermare nuove idee senza farsi condizionare dai soliti tornaconti elettorali, superando familismo e clientelismo negli incarichi pubblici, per una nuova apertura alla società che contrasti lo sfruttamento privato dell’interesse collettivo.

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