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Ast: chiusura della Gazzetta del Mezzogiorno, allarme per le testate storiche che sono presidio di democrazia

Articolo di del 6 agosto 2021 – 12:30 | 30 views

La sospensione delle pubblicazione de La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, che vede l'Associazione Stampa Toscana al fianco dei colleghi e del sindacato pugliese dei giornalisti, apre drammaticamente una riflessione sulla sorte di testate storiche troppo spesso in balìa di tentativi, più o meno generosi, di assicurarne la continuità solo a parole. La vicenda del quotidiano tra i leader dell’informazione in Puglia e Basilicata, che si è snodata tra soluzioni temporanee pasticciate e senza prospettiva, deve essere di monito per il futuro a chiunque e a qualsiasi titolo è impegnato sul fronte dell’informazione e dell’editoria. 

Non è più possibile mettere a rischio importanti aree del Paese quanto a possibilità per i cittadini di poter contare su un’informazione professionale e rodata. Per la Gazzetta del Mezzogiorno occorre che le procedure legate alla complessa situazione fallimentare si svolgano senza individuare nuove soluzioni tampone e che invece assicurino certezza ai lavoratori e ai lettori. 

Ma i rischi di stravolgimento del rapporto tra testate storiche e territorio, tra lettori e giornalisti che di generazione in generazione hanno raccolto il testimone di un impegno spesso secolare nell’assicurare un’informazione autorevole, esistono ovunque. I processi di ristrutturazione in corso nelle due testate più radicate in Toscana, La Nazione ed Il Tirreno, pagate a caro prezzo dai giornalisti, hanno un senso soltanto se legate, com'è stato assicurato, a progetti di rilancio e di ulteriore radicamento nei rispettivi territori di diffusione in una regione che, nella sua storia, ha il Dna del rapporto tra informazione e crescita della democrazia.

 

Sono inutili e stucchevoli, a questo proposito, le lacrime di coccodrillo versate dalla Fieg sulla vicenda della Gazzetta del Mezzogiorno. Inutili per la loro sorpresa di quanto è accaduto e stucchevoli per l’incapacità del mondo delle imprese editoriali nel suo complesso dimostrata nei passaggi epocali che da almeno due decenni riguardano l’informazione ed in particolare la carta stampata. Allo studio di nuovi modelli di business compatibili con la trasformazione in direzione digitale si è contrapposta troppo spesso la fuga dalle responsabilità, il si salvi chi può. Alle crisi dei quotidiani storici, dovuti anche a questa miopia, si è saputo rispondere solo con tagli e ridimensionamenti pagati dai giornalisti. 

E’ il momento in cui questo enorme patrimonio culturale, informativo ed economico venga difeso anche dalle Istituzioni, con interventi che sappiano porre agli editori la scelta su quale sponda collocarsi: se quella del ruolo sociale che le imprese editoriali per definizione rivestono, o su quella di una più comoda gestione al ribasso di pezzi importanti dell’apparato informativo del Paese. In palio non c’è solo il legittimo interesse d’impresa, ma la tenuta democratica di interi territori.

 

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