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Assemblea iscritti Ast, la relazione del presidente

Articolo di del 20 settembre 2012 – 22:23 | 484 views

 Care colleghe, cari colleghi,

vorrei cominciare questa mia relazione con le parole con cui concludevo la relazione di un anno fa, in un'assemblea che di fatto concludeva i lavori del precedente direttivo, alla vigilia del rinnovo dei nostri organismi.

Non so chi di noi parteciperà nel prossimo direttivo – dicevo – Non so nemmeno quante liste si presenteranno se una, due, tre, quattro, ma questo non conta, perché non è questo che mette in discussione la possibilità di lavorare insieme per il nostro sindacato.

Quello che spero è che l'esperienza, la passione, lo spirito unitario che ha saputo manifestare questa squadra si trasferisca a tutti quanti ci rappresenteranno nella nuova stagione dell'Ast”.

Perché le speranze non rimangano tali non bastano certo le parole, ma direi che i fatti ci sono stati e sono stati importanti. Oltre le elezioni, oltre il rinnovo dei nostri organismi, con un ricambio già cospicuo, direi che il lavoro dell'ultima parte del 2011 e di questo nostro 2012 ha ulteriormente consolidato lo spirito unitario che, dopo anni difficili, i colleghi più impegnati nel sindacato hanno voluto e saputo fare loro.

E lo chiamo spirito, ma parlerei piuttosto di pratica unitaria, di capacità di confrontarsi sulle cose, di fare insieme ciò che è necessario fare, e su questo fare, su questo impegno quotidiano, costruire le ragioni e le esigenze dell'unità. Senza peraltro chiedere a nessuno di rinunciare alla propria identità, specificità, storia sindacale. Senza aver paura delle differenze, perché un sindacato davvero unitario non omologa, ma si fa forte proprio delle differenze.

Siamo andati avanti – ed era necessario. Necessario per far funzionare la macchina di un sindacato che sarà anche piccolo nei numeri ma è importante e impegnativo per quello che è chiamato a fare. E necessario anche per tutto quello che siamo chiamati a fare, in una crisi che non ha precedenti nella storia del nostro giornali

smo.

Ritengo che da questo risultato unitario non si possa più prescindere e per prima cosa voglio ringraziare tutti coloro che in questi mesi, a prescindere dalle liste in cui sono stati eletti, hanno contribuito a dare forza e operatività al nostro sindacato.

Lo stato di salute del nostro sindacato in quest'anno è senz'altro migliorato. L'anno scorso lo avevo definito un malato grave. Quest'anno sono convinto che si possa parlare di un convalescente che si tratta di portare a guarigione complessiva, anche se questa guarigione non è scontata. E bisogna sempre temere le possibilità di ricaduta.

Alcuni elementi, in ogni caso, ci autorizzano a essere più ottimisti.

Quando mi è stata affidata questa presidenza più di un terzo degli iscritti risultava moroso, con arretrati nel pagamento di quote di tre, quattro o perfino cinque anni, misura di un distacco nei confronti della Associazione, ma anche, aggiungerei, di una sostanziale incapacità da parte dell'Associazione di comprendere a fondo il senso di questo distacco.

Tutto questo si è fortemente ridimensionato.

Ma ancora più importante sono le decine di colleghi e colleghe che in quest'ultimo anno hanno deciso di iscriversi per la prima volta o di reiscriversi dopo diversi anni.

Sono convinto che con quanto siamo riusciti a fare in questo anno e mezzo si sia bloccato il progressivo scollamento con i luoghi vivi del lavoro giornalistico e si sia ridotta la difficoltà nel rappresentare i colleghi fuori dalle redazioni, senza contratto, e magari con un'identità professionale sempre più complessa e differenziata.

Soprattutto sono convinto che non si possa più parlare di un'Associazione complessivamente poco presente, poco partecipata, poco attiva, percorsa da forti venti di sfiducia e scoraggiamento.

Quello che stiamo costruendo è, al contrario, un sindacato sempre più rappresentativo anche in realtà dove in passato lo eravamo meno, penso per esempio al mondo delle radio e delle televisioni. Un sindacato che allo stesso tempo è un soggetto sempre più presente e autorevole anche nella società toscana, interlocutore della politica, delle istituzioni, dell'associazionismo della nostra regione.

Si tratta di requisiti indispensabili per affrontare una situazione di crisi drammatica che, certo, non è solo toscana, ma che in Toscana ha avuto specificità tutte sue, per la debolezza imprenditoriale, per la discutibile qualità di certa imprenditoria o sedicente tale, per la complessiva scarsa attenzione del mondo istituzionale.

La realtà è questa. Decine e decine di colleghe e colleghe, anche di straordinarie capacità professionali, hanno perso il lavoro e per loro è davvero difficile pensare a una ricollocazione. Solo i nostri uffici si ritrovano oggi a gestire oltre 100 pratiche di cassa integrazione e disoccupazione, e questa cifra non comprende coloro per i quali è stata attivata la cassa integrazione in deroga – è il caso dei colleghi di molte tv – e ovviamente anche coloro che, pur senza lavoro, agli ammortizzatori non possono accedere. Non si contano i giornalisti condannati a rapporti di collaborazione sottopagati, senza prospettive e a volte perfino umilianti. Le prospettive, se possibile, sono ancora più preoccupanti.

Quelli che abbiamo alle spalle sono stati mesi di crisi aziendali. Di quotidiani che hanno subito pesanti ristrutturazioni o che sono state costrette alla chiusura – cito per tutti Il Nuovo Corriere, nelle sue cinque edizioni. Di televisioni messe in crisi anche da un passaggio al digitale terrestre che in Toscana è stato attuato con molta miopia e poca attenzione alle questioni del lavoro, della qualità e della professionalità, del diritto a un'informazione radicata nelle comunità e nei territori: e dopo le vicende di Canale 10, di Teletirreno e di Tv1, dopo le crisi aziendali a NoiTv e Canale 50, dopo le difficoltà esplose nel gruppo Poli non si intravede affatto la fine del tunnel.

Mesi anche di uffici stampa tagliati disinvoltamente, perfino dalle pubbliche amministrazioni, perché se ci sono problemi di bilancio, si sa, sono i giornalisti che possono saltare, poco importa che con loro salti il diritto dovere a un'informazione pubblica, che è anche trasparenza, partecipazione, democrazia.

A questo disastro del lavoro, che è anche un'ecatombe di diritti, di aspirazioni professionali, di progetti di vita, io credo che si debba reagire in primo luogo con tre doti. Lucidità, rigore sulle regole, capacità di innovazione.

Lucidità, in primo luogo. E' facile in queste situazioni cercare il capro espiatorio, scatenare la guerra del tutti contro tutti, prendersela magari con lo stesso sindacato o comunque pensare che da una parte ci sono, i sempre meno, contrattualizzati e dall'altra l'esercito dei precari e dei collaboratori.

Per me lucidità è dire questo:

che siamo tutti sulla stessa barca e che i diritti si costruiscono insieme e si difendono insieme, a partire da quelli, che per noi devono essere irrinunciabili, contenuti nella Carta di Firenze e affermati nella battaglia per l'equo compenso.

Lucidità è dire anche che se siamo in questa situazione, lo siamo per chiara e diretta responsabilità di sedicenti editori, bravi a vendere fumo, a spacciare illusioni, magari a intascarsi contributi pubblici, ma in realtà poi capaci solo di produrre disastri pagati dai lavoratori e dalle loro famiglie. Se è imprenditoria, è imprenditoria da banditi. Da trattare come tale.

Regole, in secondo luogo. Tutte le regole che presidiano il nostro lavoro e la nostra professione. Senza mollare anche se i mesi passano e di certe situazioni non si parla più, perché ai signori che hanno prodotti disastri quali Canale 10 o Teletirreno noi dobbiamo continuare a dire che quelle sono ferite aperte, che non ci siamo lasciati alle spalle. Su Canale 10, per inciso, abbiamo presentato un primo esposto. Sono sicuro che presto ne faremo degli altri.

Regole rispetto alle quali esigere da tutti l'applicazione e anche da applicare noi per primi, con rigore, sottraendosi a ogni ricatto e a ogni calcolo personale, perché i tempi non ce lo consentono più.

Regole, come quelle che presidiano i diritti del lavoro, o quelle che noi stessi ci siamo dati con la Carta di Firenze: Carta che – ripeto – non può non essere patrimonio di tutti noi, punto di riferimento per ogni comitato di redazione e, in genere, per ogni collega.

Regole, che speriamo possano essere contenute nella legge sull'equo compenso, una legge che da troppo tempo stiamo attendendo e per la cui approvazione chiederemo a tutti i giornalisti toscani di mobilitarsi nelle prossime settimane.

Regole quali quelle che chiediamo alla Regione Toscana e alla pubblica amministrazione per la concessione di contributi, la produzione di format, la stipula di convenzioni. Non possiamo più permetterci, per intenderci, che succeda quello che per troppi anni è successo per l'emittenza tv, in assenza di controlli e sanzioni, con graduatorie che prescindono dai contratti che non esistono o che non c'entrano niente con il giornalismo, dai contributi non versati o versati a istituti sbagliati, dai giochi di scatole cinesi della proprietà, dalle pazzesche commistioni tra informazione e pubblicità, dall'assenza dei diritti sindacali.

Alle istituzioni e alla politica non possiamo non chiedere interventi seri, rigorosi, complessivi per rilanciare il sistema dell'informazione. Ma diciamo in primo luogo che si dovrà ripartire dalle regole. E che se non difenderanno loro le regole, magari perché tentati dal piatto di lenticchie di qualche apparizione in più in televisione – abbiamo visto quello che è accaduto nel consiglio regionale dell'Emilia Romagna con le interviste a pagamento – se non difenderanno queste regole, loro stessi si renderanno complici di un sistema dove non c'è diritto, ma illegalità.

E nemmeno la ristrettezza dei bilanci può essere una giustificazione: perché se i soldi sono meno, proprio per questo dovremo spenderli meglio.

Capacità di innovazione, in terzo luogo. Nella consapevolezza che oggi non possiamo permetterci più di difendere l'esistente, che la crisi che stiamo vivendo è crisi strutturale, transizione verso qualcosa di completamente diverso. Il sindacato, facendo anche qualcosa di diverso da un sindacato tradizionale, questa transizione dovrà cercare di governarla e non di subirla, sfidando le nuove tecnologie e ponendo tutte le questioni che è necessario porre sul terreno delle risorse, delle regole e dei diritti.

Il digitale, allora, non deve essere solo un problema, deve essere anche un'opportunità da costruire insieme all'imprenditoria più seria e alle istituzioni che hanno a cuore l'informazione. E' per questo che lo scorso luglio abbiamo organizzato a Firenze Dig.It, la prima iniziativa nazionale dedicata al giornalismo digitale, un evento di numeri importantissimi, se pensate agli oltre 250 mila contatti su Twitter, ma che soprattutto ci ha permesso l'avvio di un confronto serrato per costruire nuovo lavoro – lavoro contrattualizzato – con le nuove tecnologie.

Le questioni sono tante e intricate, in un contesto che sta mettendo in crisi anche gli strumenti organizzativi, culturali e di rappresentanza della nostra categoria e che vede anche al nostro interno posizioni fortemente differenziate in relazione all'applicabilità e prima ancora alla sostenibilità del contratto Fieg, oppure alla percorribilità di un altro contratto di emersione, come è avvenuto con l'Aeranti Corallo con le radio tv, per non dire delle tante altre questioni relative per esempio al rapporto con la pubblicità o al rapporto tra testate giornalistiche e altra informazione sul web.

Ma se le difficoltà sono tante e grosse, proprio la Toscana ha dalla sua il lavoro che in questo anno e mezzo hanno fatto i colleghi del gruppo Giornalisti digitali toscani.

Abbiamo acquisito competenze, relazioni, autorevolezza, un ruolo nazionale, per diventare una sorta di laboratorio per il futuro, anche per quanto riguarda i percorsi di aggiornamento professionale che potremo e dovremo promuovere.

Dopo la due giorni che ha prodotto la Carta di Firenze, dopo Dig.it, che anche nel 2013 tornerà a Firenze, diventando di fatto un luogo di riflessione e proposta permanente sul nostro futuro, nei prossimi mesi ospiteremo altri due appuntamenti nazionali: l'assemblea dei foto e video reporter, una delle nostre realtà più travolte dalla crisi e dallo sviluppo delle nuove tecnologie, e l'assemblea degli uffici stampa, che dovrà essere anche un momento di forte denuncia contro amministrazione pubbliche che, in Toscana, si stanno distinguendo particolarmente per violazione della legge 150 e per casi di esercizio abusivo della professione.

Il 26 ottobre, poi, saremo tutti a Livorno, insieme ai lavoratori della televisione, insieme a quelle poche emittenti che – come Telegranducato che con noi organizzerà la cosa – si stanno impegnando per una televisione delle regole e dei contratti, insieme ai cittadini che chiedono una televisione di qualità, capace di raccontare le loro realtà, non di spacciare solo televendite di pentole e illegalità. E da lì dovremo chiamare in causa con forza le nostre istituzioni.

Gli impegni nel prossimo futuro non ci mancano: gestire le varie crisi aziendali, sostenere i colleghi che stanno perdendo il lavoro, consolidare ulteriormente i servizi con i quali – e penso alla consulenza legale e a quella fiscale – abbiamo già fatto un salto di qualità; stipulare nuove convenzioni; definire percorsi di formazione e aggiornamento professionale, così come già avviato in maniera notevole e direi anche pionieristica dalla commisione presieduta da Frida Zampella; gestire la complessa partita degli uffici stampa alla luce per esempio della riforma del sistema delle autonomie; essere ancora più presenti nel corpo vivo della società toscana e con la società toscana creare le condizioni per una battaglia condivisa sulla qualità e il pluralismo dell'informazione, che non è cosa solo dei giornalisti, ma è interesse di tutti, bene comune che chiederemo a tutti di difendere e di promuovere.

Perché anche questo è il problema. C'è troppo silenzio. Ed è un silenzio assordante, sconcertante, anche a prescindere dalle dimensioni di una crisi che sta mettendo a rischio i posti e i redditi di centinaia di lavoratori dell'informazione, più o meno l'equivalente di una grande fabbrica.

Eppure c'è anche questo è in gioco: il futuro di una regione che, se non si attrezzerà per tempo e bene a cogliere la sfida delle nuove tecnologie, diventerà sempre più marginale nella produzione dei contenuti informativi. Una regione, insomma, raccontata da altri, nelle televisioni come sul web. Più povera di voci e, di conseguenza, anche meno democratica.

Noi oltre a tutto il resto faremo di tutto per rompere questo silenzio.

Si tratta in ogni caso di impegni crescenti, che credo ci debbano indurre a una forte riflessione anche sugli assetti del nostro sindacato e sull'organizzazione dei nostri uffici, ora che abbiamo portato a compimento la riforma statutaria.

Devo essere grato a molte persone per quello che stiamo riuscendo a fare, a partire da tutti i membri del direttivo, ognuno con i suoi incarichi e competenze. E questa è l'occasione anche per ricordare il lavoro dei vari gruppi di specializzazione, con i loro presidenti Elisabetta Giudrinetti, Fabio Muzzi, Paola Fichera, Franco Morabito, Franco Polidori, nonché il presidente dei pensionati Marco Morelli.

Vorrei ringraziare Marzio fatucchi, da poco presidente della Consulta dei cdr e dei fiduciari di redazione, davvero l'altra gamba del sindacato, per la determinazione con cui, assieme ai suoi due vicepresidenti sta rilanciando un organismo per tutti noi indispensabile e di cui si è fin troppo sentita l'assenza negli anni passati. Consulta, tra l'altro, che sta lavorando a un obiettivo che ritengo particolarmente importante, la costruzione di un percorso di formazione sindacale, che dia a una nuova generazione di colleghi e colleghe che voglia impegnarsi gli strumenti di conoscenza dei contratti, delle leggi, delle regole che possono rendere più efficace l'impegno.

Vorrei ringraziare i tanti colleghi, in genere più giovani di noi del direttivo, che quest'anno, pur non avendo nessun incarico statutario hanno lavorato per il successo delle nostre iniziative, dall'ebook sul far West delle televisioni a Dig.it: sono loro il nostro futuro.

E siccome penso che sia sempre importante, ma che lo sia ancora di più in un momento come questo, che tutti i nostri organismi di categoria procedano in forte sintonia, vorrei ringraziare il fiduciario Inpgi Franco Picchiotti e il fiduciario Casagit Enrico Pini, per quanto stanno facendo e quanto dovranno fare prossimamente, per esempio con l'attivazione di Casagit 2, ma anche con un impegno particolare che peraltro dovrà essere di tutti per rispettare le regole che presiedano alla nostra previdenza: chi evade l'Inpgi ruba le nostre pensioni e impoverisce gli ammortizzatori sociali di cui abbiamo un maledetto bisogno; così come, diciamolo, chi beneficia di un prepensionamento e fa lo stesso lavoro di prima, sottrae lavoro e nuovi contributi per il futuro: e queste cose è bene iniziare a dirle.

Un altro ringraziamento, che in realtà è una doverosa sottolineatura di una collaborazione preziosa e di una sintonia vitale. Mi riferisco all'Ordine dei Giornalisti e al suo presidente Carlo Bartoli.

E' davvero importante, tra le altre cose, quello che l'Ordine ha fatto con i corsi per i neopubblicisti, che è diventato un momento di primo contatto con il nostro sindacato. Importantissimo quello che è stato fatto nei mesi in cui si è tanto parlato e a volte straparlato sulla riforma dell'Ordine, con un metodo fortemente partecipativo che ha permesso a tutti noi di essere correttamente informati su quanto stava succedendo.

E prima di concludere fatemi ringraziare, credo a nome di tutti voi, anche il nostro personale Elena e Sonia, punto di riferimento per tutti noi. Senza di loro tutto sarebbe più difficile.

Quanto alle conclusioni, mi limito a ribadire alcune cose semplici ma che credo dobbiamo tutti continuare a ripeterci:

Primo, è crisi, ma questa situazione non mi fa pensare a meno sindacato, ma a più sindacato. Alla necessità assoluta di un sindacato più forte. Ricordiamoci da dove viene la parola sindacato: dal greco “giustizia insieme”: difendere e promuovere i diritti insieme. Questa è la consapevolezza che bisogna far crescere in tutti i colleghi.

Secondo, questo sindacato ha bisogno di tutti e deve diventare il sindacato di tutti. L'Ast non avrebbe futuro se fosse solo il sindacato dei cosiddetti garantiti, che comunque garantiti lo saranno sempre meno. Questo dev'essere il sindacato dei contrattualizzati, dei precari, dei free lance. Ovunque si lavora per produrre informazione là ci dobbiamo essere e questo è l'unico discrimine.

E infine, c'è una cosa che mi sono prefisso all'inizio del mio mandato ed è su di essa che poi tirerò le mie conclusioni. Ovvero poter finire questo stesso mandato consegnando l'Ast a una nuova generazione di colleghi e colleghe che vogliano fare sindacato, con la consapevolezza che solo l'azione collettiva ci aiuterà davvero, sicuri che davvero il sindacato può essere la nostra casa, basta entrarci e rimetterla a posto come si vuole.

E' questa la cosa più importante. E a tutti – soprattutto ai più giovani – chiedo fin da ora di costruire insieme questa casa, confidando non nelle mie parole, se per questo, ma solo nel proprio impegno diretto.

Paolo Ciampi

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