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Relazione assemblea Ast del presidente Paolo Ciampi, 28 marzo 2014

Articolo di del 29 marzo 2014 – 10:38 | 205 views

Care colleghe, cari colleghi,

Questa assemblea ordinaria cade a pochi mesi dalla precedente – convocata agli inizi dello scorso ottobre. Abbiamo voluto anticipare questo nostro appuntamento del 2014 sia per rispettare pienamente le previsioni statutarie, sia per far coincidere l'assemblea ordinaria con l'assemblea che è un passaggio obbligato per indire il referendum per la riforma statutaria.  

Ma soprattutto per fare il punto con voi sulla situazione del nostro lavoro e della nostra professione in una fase particolarmente delicata

 

– basti pensare ai rinnovi contrattuali, alla partita dell'equo compenso e alle imminenti elezioni amministrative che, insieme al riordino degli enti, segneranno un passaggio importante per molti colleghi degli uffici stampa.

Inoltre si tratta dell'ultima assemblea ordinaria in cui il sottoscritto e i colleghi di questo direttivo si dovranno presentare nell'ambito del triennio per cui sono stati votati. La scadenza naturale dei nostri organismi è per il prossimo novembre. A prescindere dalla data precisa in cui decideremo di andare al rinnovo – e alla fine di questa relazione vi avanzerò una proposta  – è questo il momento per riassumervi le attività e i principali risultati raggiunti in questi anni e per condividere insieme gli obiettivi che dovranno impegnarci in questa  ultima parte di mandato.

Credo che il bilancio sia sostanzialmente positivo, guardando a cosa abbiamo fatto, che è molto, anche se meno di quanto avremmo voluto e di quanto forse sarebbe stato necessario.

Avevamo ereditato un sindacato pesamente segnato da anni di tensioni e immobilismo, percorso da venti di sfiducia, in serie difficoltà in molti luoghi del lavoro, lontano soprattutto dai colleghi più giovani e meno tutelati. Un sindacato che, sono convinto, ha rischiato di sparire dalla scena regionale come soggetto significativo.

All'assemblea di tre anni fa avevo paragonato il nostro sindacato regionale a un malato grave. L'anno scorso avevo parlato di un convalescente verso la guarigione. Passi avanti somo stati fatti. E non per ritornare al sindacato di una volta, che comunque appartiene a un'altra epoca sotto tutti i punti di vista, ma per fondare un altro sindacato capace di stare nelle trasformazioni impetuose della nostra epoca. 

Il primo risultato – che rivendico pienamente a me e a tutti i colleghi  impegnati nel sindacato – è stato inaugurare una nuova stagione improntata a uno spirito autenticamente unitario. E lo chiamo spirito, ma parlerei piuttosto di pratica unitaria, di capacità di confrontarsi sulle cose e di fare insieme ciò che è necessario fare, costruendo su questo le ragioni dell'unità. Senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità e storia sindacale. Senza aver paura delle differenze, perché un sindacato davvero unitario non omologa, ma si fa forte proprio delle differenze.

Da questo sono discese molte cose. Abbiamo restituito buona operatività alla macchina di un sindacato che sarà piccolo nei numeri ma è importante e impegnativo per quello che è chiamato a fare. Abbiamo ristrutturato la nostra sede, rendendola più accogliente e funzionale, con un investimento che è stata premessa all'idea di una sede sindacale davvero aperta, non solo ufficio e sede di organismi dirigenti. Abbiamo attivato servizi importanti e particolarmente richiesti dai nostri iscritti, quali lo sportello legale, la consulenza fiscale con la possibilità di fare il 730 e altre pratiche, da quest'anno anche il consulente del lavoro. E con tutto questo abbiamo migliorato i nostri conti, risparmiando dove si poteva risparmiare, ma riuscendo a fare di più: consegneremo bilanci sani a chi verrà dopo di noi. Abbiamo ripensato radicalmente i nostri mezzi di comunicazione, con un sito che oggi è una testata giornalistica aggiornata quotidianamente, una newsletter e una forte presenza sui social media. Siamo stati decisamente più presenti su tutti i territori, talvolta convocando anche i nostri direttivi fuori da Firenze. Abbiamo attivato numerose convenzioni su tutto il territorio toscano a vantaggio deglii iscritti. Abbiamo promosso la costituzione di nuovi gruppi di specializzazione, penso per esempio all'Arga, all'Ansi, al gruppo dei foto e videoreporter e attivato commissioni che stanno ridisegnando la stessa identità del sindacato, penso ai colleghi del lavoro autonomo e ai libero professionisti. Abbiamo avviato percorsi di straordinario interesse – e fortemente innovativi a livello nazionale – sul terreno del giornalismo digitale. Abbiamo avviato un percorso importante di impegno su un futuro del lavoro giornalistico che sempre di più potrà passare attraverso esperienze di autoimprenditoria, senza che la cosa ci spaventi, tutt'altro. 

Abbiamo attivato, è cosa di questi giorni, una banca dati per i colleghi e le colleghe in cerca di occupazione, che metteremo a disposizione dell'impresa toscana, non solo quella strettamente editoriale. Abbiamo accolto pienamente la sfida sulla formazione, puntando a offrire ai nostri iscritti possibilità di aggiornamento professionale valide e allo stesso tempo gratuite o a costi ben al di sotto di quelli di mercato – anche se su questo dobbiamo ancora pesamentente scontare rigidità burocratiche e incertezze procedurali che l'Ordine nazionale spero sciolga presto.

Infine, abbiamo fatto una riforma statutaria che andremo a completare ora con un secondo referendum, il cui contenuto vi illustrerà dopo di me il collega Sandro Bennucci. E non ultimo, perché lo ritengo un fatto di grandissimo rilievo per democrazia e partecipazione, abbiamo intodotto il voto elettronico con cui abbiamo già votato e con cui andremo a votare anche alle nostre prossime elezioni. E in questo siamo la sola Associazione stampa in Italia ma forse ancora di più, l'unico sindacato.

Mi fermo qui, sulle cose fatte. Per tirare le file e dire che la cosa più importante è stata questa, ritornare a essere soggetto autorevole e rispettato, interlocutore del mondo dell'impresa, delle altre organizzazioni sindacali – con cui abbiamo condotto battaglie comuni – e del mondo della politica e delle istituzioni, con le quali abbiamo ottenuto risultati di rilievo nazionale come il bando sull'editoria on line e la legge regionale. Quest'ultima, tra l'altro, tra pochissimo eserciterà i suoi primi effetti con un primo bando che prevederà un bonus significativo per le aziende che faranno nuove assunzioni e stabilizzazioni. Vigileremo perché le cose siano fatte bene.

Tutto questo ci ha permesso di porre con forza nel dibattito regionale il probema delle regole. Le regole da rispettare, da esigere, se necessario con gli opportuni controlli e le relative sanzioni. Le regole che per troppo tempo, soprattutto nel periodo ormai lontano delle vacche grasse, sono state ignorate, quasi fossero un inutile orpello.  

Sono orgoglioso di aver rappresentato un sindacato che in questi anni sulle regole ha fatto molto. Intervenendo per esempio su aiuti pubblici dati a pioggia e di cui hanno beneficato sedicenti imprenditori, su graduatorie che prescindono dai contratti che non esistono o che non c'entrano niente con il giornalismo, su contributi non versati o versati a istituti sbagliati, su giochi di scatole cinesi della proprietà, su commistioni tra informazione e pubblicità, sui diritti sindacali calpestati. Senza dimenticarci mai – nonostante il tempo che passa – di vicende come quelle di Canale 10 o di Teletirreno o di Rete Versilia o del Giornale di Toscana o del Corriere di Firenze – e l'elenco potrebbe essere assai più lungo. Ferite ancora aperte di cui ci ricorderemo quando qualcuno di quei sedicenti editori si ripresenterà per qualche nuova avventura editoriale e soprattutto per spremere qualche soldo alle casse pubbliche.

In questi anni non c'è stato quasi giorno che dai nostri uffici non partisse una lettera per un compenso non dato, per contributi non versati correttamente all'Inpgi, per un incarico per ufficio stampa affidato in violazione della 150 o per esercizio abusivo della professione. E' stato un lavoro quotidiano, paziente, meticoloso, in gran parte senza visibilità, ma che sta dando i suoi frutti. Se in questi anni siamo riusciti a mantenere stabile il livello di iscrizioni, nonostante la crisi, nonostante l'espulsione dalla professione di tanti, nonostante anche il rigore con cui abbiano cancellato dai nostri elenchi iscritti con morosità, è perché questo lavoro si è cominciato a percepire. E questo è un altro mio motivo di orgoglio, che si aggiunge a un altro: credo che i colleghi che si sono rivolti al sindacato, sempre di più in questi tempi difficili, abbiano davvero trovato in noi un punto di riferimento. Nessuno, in ogni caso, è stato lasciato solo.

Tutto bene, allora? Certo che no. Anche a prescindere, sempre che si possa prescindere, dalla crisi che abbiamo dovuto affrontare in questi anni, con un impegno straordinario in termini di energie e capacità di presenza in tutte le vertenze. 

Con quotidiani che hanno subito pesanti ristrutturazioni o sono stati costretti alla chiusura. Con televisioni che non si sono più riprese da un passaggio al digitale terrestre in Toscana attuato con molta miopia e poca attenzione alle questioni del lavoro, della qualità e della professionalità, del diritto all'informazione per le nostre comunità e i nostri territori. Con uffici stampa tagliati disinvoltamente,  perché se ci sono problemi di bilancio, si sa, sono i giornalisti che saltano, poco importa che con loro salti il diritto dovere a un'informazione pubblica, che è anche trasparenza, partecipazione, democrazia.

Tutto questo, si dice, è la crisi. Ed è ovvio che la crisi c'è e tutti devono farsene carico, ciascuno per la sua parte e per la sua responsabilità. Però la crisi non basta come chiave di lettura. Ciò a cui ci troviamo di fronte è in primo luogo un disastro del lavoro. Un'ecatombe di diritti, di aspirazioni professionali, di progetti di vita.

Nessuna crisi può comunque essere una buona ragione per riscrivere in maniera surrettizia e fuori da ogni confronto sindacale il contratto di lavoro, perché è questo che si sta verificando in diverse aziende, una riscrittura nei fatti, al ribasso, operata anche attraverso un uso improprio degli ammortizzatori e una forte spinta al rinnovo dei rapporti verso tipologie meno tutelate, per cui, a parità di lavoro il tempo determinato diventa co.co.co e il co.co.co partita iva. O per cui, per fare solo un esempio, a parità di compenso, o anche per un compenso inferiore rispetto al passato, il collaboratore oltre al pezzo scritto deve fornire anche le immagini, oltre tutto mettendo fuori gioco altri colleghi come i fotoreporter.

Nessuna crisi può giustificare compensi oltraggiosi, perché tali sono i  5 euro lordi per la mezza pagina su un quotidiano regionale e l'intera giornata di lavoro, o i 50 centesimi per un pezzo su una testata on line. Realtà di centinaia di giornalisti nella nostra regione che, a mio parere,  è una terribile smentita di fatto della più bella Costituzione del mondo. E bisognerà pure dire che, come in altri contesti del lavoro in cui forse è più facile aspettarci certe cose, anche nel giornalismo esiste una sorta di caporalato.

E ancora: nessuna crisi può essere un alibi per dire che siamo sempre tutti sulla stessa barca: editori e giornalisti, datori di lavoro e lavoratori. Assolutamente no. Possiamo essere sulla stessa barca e condividere una rotta comune con gli editori seri, responsabili, rispettosi delle regole e dei diritti. Ma questa crisi, soprattutto in Toscana, porta anche precise responsabilità dei sedicenti editori di cui prima, bravi a vendere fumo, a spacciare illusioni, a intascarsi contributi pubblici, ma in realtà poi capaci solo di produrre disastri pagati dai lavoratori e dalle loro famiglie.

Sedicenti imprenditori da trattare come tali. E spero che le istituzioni non si facciano più trattare da loro come una sorta di bancomat.

Certe cose però bisogna dirle con estrema franchezza. Per riconoscere che se le regole non sono state spesso rispettate da imprenditori e da amministratori, anche noi ci abbiamo messo del nostro.  Troppo silenzio, troppa disattenzione, per chiamarla così,  nelle nostre redazioni. Silenzio sui pensionati che lavorano nelle redazioni, silenzio sui non contrattualizzati che usano password e sistemi editoriali dei redattori, e sembra che la cosa faccia comodo a tutti e invece non porta davvero niente a nessuno, se non forse agli editori. Silenzio sul modo con cui vengono usati collaboratori o anche corrispondenti con compiti impropri, magari per alleggerire il lavoro di altri o per coprire la coperta troppo corta di un organico redazionale. Silenzio sull'esercizio abusivo della professione, sempre più dilagante soprattutto negli uffici stampa.

Credo che questo silenzio abbia a che vedere anche con una perdita di valori sindacali e di cultura della solidarietà e con una sfiducia nell'azione collettiva. Abbiamo bisogno di ritrovare una capacità di stare nella nostra professione in modo non miope, con comportamenti nell'interesse di tutti.

E franchezza per franchezza, in questo stesso contesto devo dire che non ho digerito situazioni in cui colleghi hanno manifestato la loro contrarietà ad ammortizzatori sociali preferendo la strada di esuberi, sapendo magari che non sarebbe toccato a loro; così come non ho digerito piani di prepensionamenti con numeri accettati acriticamente e con gli occhi rivolti solo ai fondi disponibili e alle modalità di prepensionamento, non al fatto che comunque in questo modo si perdevano posti di lavoro e si appesantivano i conti del nostro istituto di previdenza. O ancora accordi aziendali che non hanno tenuto conto del lavoro non contrattualizzato, non riconosciuto, ma non per questo meno importante di tanti collaboratori. E devo dire che su questo l'Ast in questi anni ha dovuto svolgere un ruolo di supplenza rispetto ad alcune strutture sindacali che nelle redazioni non hanno saputo garantire un adeguato ruolo di tutela.

Male ho digerito e digerisco, devo dire, anche tante sparate ad alzo zero contro i nostri istituti di categoria. Istituti legittimamente da criticare, da cambiare, da riformare, ma senza fare di tutta l'erba un fascio, alimentando una demagogia sterile, che perde di vista le vere responsabilità e alimenta una guerra tra poveri che lascerà solo vittime sul campo.

Per dirla tutta credo che non abbiamo bisogno semplicemente di gogne su facebook e di veleni distillati per coloro che, nella nostra categoria, provano a impegnarsi. Solo un modo per farsi ancora più male e per eludere le vere questioni: per esempio quella di una riforma dell'Ordine che, se non sarà portata avanti e se non sarà radicale, alimenterà sempre di più questo disastro. Siamo arrivati all'ultimo treno. E' oggi, non domani, il tempo per ridisegnare la nostra professione, includendo nuove competenze e orizzonti professionali, ma allo stesso tempo fissando paletti rigorosi e applicabili rispetto all'esercizio abusivo. E per non difendere solo l'esistente, ma per creare nuove possibilità di lavoro, magari in realtà a cui finora non abbiamo mai pensato.

E' questo il senso di quanto dicevo all'ultima assemblea, riguardo a un 2014 in cui la priorità dell'Ast sarebbe stata  l'impegno a costruire nuove possibilità. Lo stiamo facendo: con il confronto che stiamo avviando con Confindustria, con il lavoro sull'autoimprenditoria e sul sostegno alle start up, con i bandi della Regione Toscana. Con i percorsi che stiamo portando avanti sotto il marchio Dig.it – l'iniziativa che dedichiamo al giornalismo digitale – nella consapevolezza che lo sviluppo di questa realtà rappresenta  non la crisi dell'informazione, e forse nemmeno del lavoro, ma semmai della remunerazione del lavoro. E che quindi il nostro impegno deve puntare non a esorcizzare le nuove tecnologie o ad accoglierle acriticamente, ma a radicare su di esse nuovi contratti, nuovo lavoro regolare.

Sempre di più stiamo lavorando per sostituire alla parola crisi, la parola transizione. Consapevoli che ci sono mutamenti strutturali, ma che questi mutamenti bisogna tentare di governarli e non di subirli.

E' in questa logica che inserisco due progetti strategici che credo dovranno cointrassegnare il lavoro del direttivo in questo ultimo periodo prima del rinnovo.

Il primo è quello della Fondazione. Da tempo come Ast abbiamo avviato una ampia riflessione sulla possibilità di attivarci su percorsi e servizi che tradizionalmente, e forse con colpevole ritardo, non appartengono alla storia del nostro sindacato: penso ad attività di sostegno dell'autoimprenditoria, di accompagnamento alle start-up, di consulenza e orientamento sui bandi europei (non necessariamente solo quelli legati all'informazione), di formazione e aggiornamento professionale, ma anche di promozione di esperienze di formazione della cosiddetta società dell'informazione, di giornalismo partecipativo, di modalità di coworking ecc. Tutto questo nella convinzione che è su questa strada che possiamo cogliere nuove significative possibilità di creazione di lavoro e di reddito.

Pensiamo quindi a una Fondazione che avrebbe compiti che, in altri contesti, le organizzazioni sindacali hanno conferito a soggetti quali centro studi, centro servizi, agenzie formative e di servizi ecc.

Malgrado alcune preoccupazioni – e temo alcune aspettative – più che un erogatore di contributi sarà un soggetto che ci permette di entrare dentro le opportunità che esistono a livello comunitario e non, con programmi e bandi che, soprattutto nella nuova programmazione comunitaria, interessano direttamente anche il mondo delle professioni e dell'informazione.

Anche l'Inpgi sta scommettendo con forza su questo terreno (vedi il seminario a Firenze dello scorso 11 marzo), altre Associazioni regionali si stanno già muovendo. Da parte nostra abbiamo l'obbligo di entrare dentro questa partita. Ed è solo individuando un soggetto con compiti e competenze ben definite su questi terreni  che si può disegnare un futuro diverso per il giornalismo toscano. Cosa che dobbiamo fare e fare bene, prima che altri soggetti (il pericolo è forte soprattutto nel campo della formazione) occupino il terreno che noi non siamo in grado di fare nostro, con interessi assai diversi dai nostri.

Senza dimenticare che la Fondazione sarà anche l'occasione di un “patto” o almeno dell'avvio di una collaborazione con enti, amministrazioni, imprese digitali che condividono l'attenzione per l'informazione quale “bene pubblico”.

Per questo progetto auspico che possano almeno predisposti tutti gli atti lasciando poi la decisione finale al direttivo che verrà. Alcune associazioni, enti, imprese sembrano già interessate a una loro partecipazione. Ma ovviamente protagonista di questo percorso non potrà che essere l'Ordine della Toscana – e ne approfitto qui per sottolineare quanto siano positivi i rapporti con l'Ordine regionale. Un modello di collaborazione in una situazione nazionale dove sindacato e ordine sono invece spesso ai ferri corti. Sulla Fondazione tutti i contributi saranno più che ben accetti. L'importante è partire dalla consapevolezza che non si può più perdere tempo.

La seconda decisione è relativa alla nostra sede. Sono convinto che si tratti di un'altra  scelta strategica. Non riguarda solo un immobile ma da cui discendono molte altre conseguenze. In questo momento abbiamo una sede in locazione che sta progressivamente diventando meno funzionale: sempre meno accessibile per la sua posizione ma soprattutto inadeguata alle attività che la stanno animando e che presumibilmente la animeranno sempre più. Per essa paghiamo un affitto all'Inpgi superiore ai prezzi di mercato e non trattabile visto le regole che presiedono le locazioni del nostro istituto di previdenza. Peraltro è prevedibile che negli anni a venire le risorse che finora sono state erogate a nostro favore dall'Inpgi (e da cui dipendono gran parte dei nostri bilanci) siano ridotte. In questo contesto questo è un tema a cui sarebbe miope sottrarsi. 

E' necessario ragionare su opportunità e occasioni del mercato immobiliari, ragionando su un ventaglio di soluzioni. Lavorando cioè sia all'ipotesi di una sede di proprietà e di un mutuo che si sostituisca alla locazione, sia sulla possibilità di un investimento da proporre all'Inpgi per una sede più funzionale per cui trattare un altro affitto. Con due consapevolezze, ovvero che una nuova sede può anche produrre risorse, non solo essere una spesa. E che, con tutte le cautele e le verifiche del caso, prima o poi dovremo avere il coraggio della scelta.

E naturalmente acnhe questo percorso lo proponiamo all'Ordine perché penso che siano maturi i tempi per una casa comune del giornalismo toscano, di cui potranno beneficiare tutti i colleghi toscani, soprattutto quelli che vengono fuori da Firenze.

Fondazione, sede, fondi europei. Queste sono scelte strategiche. Ma in questi mesi avremo molte altre cose importanti da fare. Una l'ho già detta, vigilare sull'implementazione della legge regionale di sostegno all'informazione. Altre due le aggiungo ora.

Dovremo seguire con attenzione la partita del rinnovo contrattuale che in queste settimane pare stia arrivando alla stretta decisiva. Seguirlo anche con la consapevolezza che questo contratto ormai riguarda non molti di noi. E che quindi sarà un rinnovo utile, accettabile, solo se sarà in qualche modo inclusivo. Cioè se sarà significativo non tanto per gli aumenti di chi è dentro, ma per la possibilità di portare dentro al contratto qualche collega, in modi su cui si potrà ragionare. Senza dimenticare che quella del contratto non è e non deve essere una partita alternativa al contratto: se non si saprà porre un limite minimo, decente, sotto il quale nessuna tipologia di lavoro giornalistico non potrà scendere il contratto perderà comunque la sua possibilità di inclusione.

Ma un'altra cosa su cui ci si impegnerà molto in queste settimane è la partita degli uffici stampa della pubblica amministazione. Stanno ormai dilagando insopportabili logiche di spoiling system, per cui la sorte di colleghi e colleghe che hanno lavorato per anni è appesa al voto di maggio o peggio è stata già decisa dalle primarie. Tutto questo tra l'altro avrà conseguenze pesanti anche per l'Inpgi, ma quello che voglio dire è che noi dobbiamo riaffermare con forza non solo i diritti del nostro lavoro ma anche il diritto dei cittadini ad avere giornalisti che non siano variabili dipendenti della politica. Vogliamo concorsi, graduatorie trasparenti, non incarichi legati a questo o a quel sindaco. In questi giorni stiamo facendo circolare un appello a tutti i candidati: invito anche voi a dargli il massimo di visibilità e attenzione. E lo dico fin da ora, i concorsi gli chiederemo anche all'indomani delle elezioni, magari mettendoci di traverso a qualche collega che, non per un ruolo di portavoce ma per un posto di ufficio stampa istituzionale, cercherà di battere ancora la strada della nomina politica.

E' per tutto questo che credo di poter formulare all'assemblea la proposta relativa alla scadenza dei nostri organismi dirigenti che ho annunciato in premessa.

Con la riforma statutaria che oggi decideremo di sottoporre al referendum – e che tra le altre cose porta da tre a quattro anni la durata in carica dei vari organismi, in linea con lo statuto federale, si apre una serie di possibilità, tutte degne di essere prese in considerazione. Ritenere esaurito il nostro mandato con la riforma statutaria e anticipare il voto a giugno; arrivare alla scadenza naturale a novembre; aggiungere un altro anno al nostro mandato dando subito attuazione al nuovo statuto.

Fermo restando che è il vostro voto che dovrà decidere la strada da prendere io vi propongo una quarta soluzione. Accorpare il rinnovo dei nostri organismi con il voto per il congresso Fnsi che, di regola, dovrà tenersi a primi del 2015, ma che potrà essere anticipato o posticipato secondo l'andamento delle trattative. Credo che a dettarci una soluzione del genere sia il buon senso: e sarà un modo anche per risparmiare.

Finisco con una serie di ringraziamenti doverosi. In primo luogo a tutti quanti hanno alimentato lo spirito unitario di cui parlavo prima. Senza dimenticare che strada facendo il concetto di unità si è allargato: non più unità solo di liste e componenti, ma unità dell'intero lavoro giornalistico, in tutte le sue declinazioni professionali e contrattuali. Unità in particolare, tra i contrattualizzati e l'esercito dei precari, dei collaboratori e dei freelance. Senza demagogia, senza contrapposizioni. Con la consapevolezza che le battaglie si vincono insieme o si perdono.

 Grazie a tutti i colleghi che nei vari gruppi di specializzazione, nel gruppo dei colleghi seniores, nelle varie commissioni, nell'Inpgi e nella Casagit, e naturalmente anche nell'Ordine, mettono il loro tempo, la loro passione, la loro competenza al servizio di tutti noi, in modo assolutamente volontario e gratuito, e sarebbe bene che chi non lesina critiche senza partecipare seppure in modo critico queste parole non le dimenticasse, in modo volontario e gratuito.

Un grazie particolare ai colleghi, per fortuna abbastanza numerosi, per fortuna in genere più giovani di me e di tanti colleghi del direttivo, che pur senza avere – o avere ancora – un incarico statutario hanno lavorato con l'Ast e per l'Ast, ovvero per tutti noi.

E un grazie  ancora più particolare – credo a nome di tutto di voi – al personale dei nostri uffici – Elena, Sonia e da qualche tempo anche Tiziana. Il loro lavoro è cresciuto e si è fatto anche molto più complesso. Per tutti noi sono il nostro punto di riferimento. Senza di loro tutto sarebbe più difficile.

Il prossimo anno avremo un appuntamento importante, che ci riguarda. L'Associazione Stampa Toscana compirà la bellezza di 125 anni. Vogliamo che sia un anno importante e chiedo a Bennucci, dopo di me, di cominciare a dire alcune cose che abbiamo per la testa, per un anniversario che vogliamo condividere insieme a tutti voi. Senza retorica, senza guardare al passato, ma semmai rilanciando i valori del lavoro e del sindacato nel presente e nel futuro.

La crisi che stiamo attraversando non mi fa pensare a meno sindacato, ma a più sindacato. Alla necessità assoluta di un sindacato più forte. Ricordandoci sempre da dove viene la parola sindacato: dal greco “giustizia insieme”. Ovvero difendere e promuovere i diritti insieme. Questa è la consapevolezza che dobbamo  far crescere in tutti i colleghi. Su questo dobbiamo impegnarci ancora di più.

Vorrei concluderer il mio mandato consegnando al nuovo presidente un sindacato ancora più solido, più autorevole, più partecipato.

Un sindacato, ancora, che sia soggetto sempre più presente e autorevole nella società toscana, interlocutore della politica, delle istituzioni, dell'associazionismo della nostra regione.

Un sindacato che si possa criticare, come tutto in questo mondo, ma che poi sia riconosciuto come la nostra unica possibilità di azione e tutela collettiva, oltre le scorciatoie individuali che sempre di più si dimostrano per quello che sono, vicoli ciechi, se non coltellate alla schiena dei colleghi più vicini.

Un sindacato non di demagoghi o di malati di protagonismo o ancora di maghi con la bacchetta magica per ogni problema, ma di persone serie che credono nel lavoro insieme e nella forza della solidarietà.

 Un sindacato da affidare a una generazione più giovane di colleghi e colleghi convinti davvero che il sindacato è la casa di tutti noi e che dipende da tutti noi l'abitarla al meglio.

Paolo Ciampi

presidente Associazione Stampa Toscana

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